Ho Smesso di Fumare con Champix Dopo 14 Anni: La Mia Storia
Mi chiamo Alessandra Bianchi, ho trentasette anni e vivo a Verona, nella zona di Borgo Trento. Lavoro come insegnante di scuola media, materia lettere. Per quattordici anni ho fumato. Oggi sono libera da diciotto mesi e la mia vita è irriconoscibile rispetto a prima. Se state leggendo queste parole cercando una ragione per provarci, spero che la mia storia possa darvela.
Ho fumato la mia prima sigaretta a ventitré anni, l’estate dopo la laurea in Lettere a Padova. Ero a una festa in un giardino lungo l’Adige, una di quelle sere d’estate venete in cui l’aria è calda e il vino scorre libero. Un ragazzo che mi piaceva fumava le Lucky Strike blu. Mi offrì una sigaretta. La presi, la fumai, e non successe niente di speciale. Ma la settimana dopo ne fumai un’altra, poi un’altra ancora, e nel giro di due mesi stavo comprando i miei pacchetti. Compravo le Vogue Lilas, quelle lunghe e sottili, perché mi sembravano più eleganti, meno aggressive. Come se il formato della sigaretta potesse rendere il vizio meno dannoso.
Negli anni universitari e nei primi anni di insegnamento, il fumo divenne parte integrante della mia identità. Fumavo tra una lezione e l’altra, nel cortile della scuola, sempre nascondendomi dagli studenti. Fumavo durante la correzione dei compiti, con il posacenere accanto alla pila di quaderni. Fumavo dopo ogni discussione con mia madre, dopo ogni litigata con il fidanzato, dopo ogni giornata storta. La sigaretta era la mia valvola di sfogo, la mia coccola, il mio momento di pausa dal mondo.
A ventisette anni passai dalle Vogue alle Marlboro Gold. Ero salita a quindici sigarette al giorno. Il mio dentista cominciò a commentare il colore dei miei denti. La mia voce, che da ragazza era limpida, aveva preso una raucedine cronica. Ma a ventisette anni ti senti invincibile. Pensi che le conseguenze siano roba per i vecchi, che hai tutto il tempo del mondo per smettere.
Il primo tentativo lo feci a trent’anni, quando cominciai a frequentare Marco, il mio compagno attuale. Marco non ha mai fumato in vita sua. Non mi fece mai pressione diretta, ma vedevo il suo fastidio quando mi baciava e sentiva il sapore del tabacco. Provai a smettere di colpo, senza aiuti. Resistetti nove giorni. Al decimo, una supplenza improvvisa in una classe particolarmente indisciplinata mi mandò fuori di testa. Uscii dalla scuola alle tredici, entrai dal tabaccaio e comprai un pacchetto. La delusione che vidi negli occhi di Marco quella sera mi fece stare peggio del fumo stesso.
Il secondo tentativo fu a trentadue anni, con le sigarette elettroniche. Comprai un dispositivo IQOS, pensando che ridurre il danno fosse un primo passo. In realtà finì che usavo sia l’IQOS sia le sigarette normali, spendendo il doppio. Dopo tre mesi abbandonai l’esperimento.
La svolta arrivò nell’autunno del 2024. Avevo trentacinque anni. Tre cose accaddero in rapida successione. La prima: durante una visita di routine, la ginecologa mi chiese se pensassi di avere figli. Le dissi di sì, prima o poi. Mi guardò seria e mi disse che il fumo riduce significativamente la fertilità femminile, e che a trentacinque anni non avevo molto tempo da perdere. La seconda: mio zio Roberto, fumatore da quarant’anni, ricevette una diagnosi di tumore al polmone. La terza: una mia collega, Federica, mi raccontò di aver smesso grazie a un farmaco chiamato Champix. Ne parlò con un entusiasmo che mi colpì. Non era il solito racconto di sofferenza e forza di volontà. Federica diceva che con Champix la voglia di fumare semplicemente si era spenta, come un interruttore.
Presi appuntamento con la dottoressa Zanetti, la mia medica di base. Le parlai del Champix. Mi spiegò che il principio attivo è la vareniclina, una molecola che agisce sui recettori della nicotina nel cervello. In pratica, occupa quegli stessi recettori che la nicotina attiva quando fumi, dando una lieve stimolazione che riduce il desiderio. Allo stesso tempo, se fumi mentre prendi il farmaco, la sigaretta ti dà molto meno piacere, perché i recettori sono già occupati. Mi prescrisse il trattamento e mi spiegò il protocollo: si inizia con una dose bassa nella prima settimana, continuando a fumare, e si aumenta dalla seconda settimana, fissando una data per smettere tra il giorno otto e il giorno quattordici.
Iniziai il trattamento un lunedì di novembre. La prima settimana fu strana. Continuavo a fumare, ma già dal quarto o quinto giorno le sigarette mi sembravano diverse. Il sapore era meno intenso, meno gratificante. Fumavo più per abitudine che per piacere. Il sabato sera, la settimana prima della data fissata per smettere, ero a cena con Marco e degli amici in un ristorante di Piazza Erbe. Uscii a fumare dopo il primo piatto e mi accorsi che la sigaretta non mi stava dando niente. La spensi a metà. Fu la prima volta in quattordici anni che spegnevo una sigaretta prima di finirla.
Il giorno stabilito per smettere era un martedì. Mi svegliai, presi la mia pastiglia di Champix con un bicchiere d’acqua, e non fumai. Aspettavo l’ondata di panico, il nervosismo, la fame chimica. Non arrivò. C’era un lieve desiderio, come un prurito in sottofondo, ma niente di paragonabile ai miei tentativi precedenti. Andai a scuola, feci le mie lezioni, corressi dei compiti, e tornai a casa senza aver fumato. Marco mi guardò e disse: “Come stai?” “Bene,” risposi. E lo pensavo davvero.
La prima settimana senza fumo fu gestibile. La seconda fu più difficile. Il Champix controllava bene la dipendenza chimica, ma l’abitudine era un’altra bestia. Le mani cercavano qualcosa. Le pause a scuola erano vuote. Il caffè dopo pranzo sembrava incompleto. Cominciai a portarmi un libro da leggere durante le pause, invece di uscire nel cortile. Sostituii il gesto della sigaretta con qualcos’altro. Un collega mi regalò uno di quei cubi antistress, quelli colorati con le facce diverse. Sembravo ridicola a giocherellarci durante le riunioni, ma funzionava.
Gli effetti collaterali del Champix ci furono, non voglio nasconderlo. La nausea fu il più fastidioso, soprattutto nelle prime due settimane. La dottoressa Zanetti mi consigliò di prendere la pastiglia sempre dopo un pasto abbondante e con molta acqua. Seguendo questo consiglio, la nausea si ridusse notevolmente. Ebbi anche dei sogni vividi, intensi, a volte bizzarri. Sognai di volare sopra l’Arena di Verona, sognai di parlare con il mio gatto in francese, sognai di nuotare in un lago di cioccolata. Niente di spaventoso, anzi, quasi divertente. Dopo qualche settimana anche i sogni si normalizzarono.
Il momento più critico fu durante le vacanze di Natale. Tornai a casa dei miei genitori a Villafranca, dove mio padre fuma ancora. L’odore del fumo era ovunque. La tentazione era fortissima, non tanto per la nicotina quanto per la nostalgia del gesto. Fumare con mio padre sul balcone dopo il pranzo di Natale era un rituale che avevamo condiviso per anni. Quell’anno, invece di fumare, gli proposi una passeggiata. Camminammo per le vie del centro, guardammo le luci natalizie, parlammo di cose di cui non parlavamo da tempo. Fu meglio di qualsiasi sigaretta.
Il trattamento con Champix durò dodici settimane in totale. Quando smisi di prendere le pastiglie, a febbraio, ero già a quasi tre mesi senza fumo. La paura era che senza il farmaco il desiderio tornasse. Non tornò. O meglio, tornò ogni tanto, come un ricordo sfocato, non come un bisogno urgente. Il Champix aveva fatto il suo lavoro: aveva spezzato il legame chimico. Il lavoro psicologico lo avevo fatto io, giorno dopo giorno, costruendo nuove abitudini al posto di quelle vecchie.
I cambiamenti nel mio corpo furono evidenti. Dopo un mese, l’alito era diverso. Marco me lo confermò. “Finalmente sai di te,” mi disse ridendo. Dopo due mesi, la raucedine cronica era sparita. I miei studenti mi dissero che la mia voce era cambiata, era più chiara, più forte. Dopo tre mesi, la pelle del viso era più luminosa. La mia estetista, che non sapeva che avevo smesso, mi chiese se avessi cambiato crema. “No,” le dissi, “ho cambiato aria.” Dopo sei mesi, il dentista notò che le macchie sui denti si erano schiarite.
Ma il cambiamento più grande è stato psicologico. Per quattordici anni avevo vissuto con la sensazione costante di essere divisa in due. Da un lato l’insegnante che spiegava ai ragazzi l’importanza della salute, dall’altro la donna che usciva nel cortile a fumare di nascosto. Quella contraddizione mi mangiava dentro. Ogni sigaretta portava con sé un carico di vergogna. Ora quella vergogna è sparita. Entro in classe e sono coerente con quello che insegno. Mi guardo allo specchio e vedo una persona intera, non divisa.
A livello economico, il risparmio è stato notevole. Quindici sigarette al giorno di Marlboro Gold, circa cinque euro e cinquanta a pacchetto. Centosessanta euro al mese. Millenovecentoventi euro all’anno. Il trattamento con Champix, con la ricetta del medico, mi è costato circa centotrenta euro per l’intero ciclo di dodici settimane. Un investimento che si è ripagato nel primo mese.
Mio zio Roberto ha fatto la chemioterapia e per ora risponde bene. Va a trovarlo ogni settimana. Ogni volta che lo vedo, con il suo volto scavato e gli occhi stanchi, ringrazio il cielo di aver preso la decisione che ho preso. Non tutti hanno la fortuna di ricevere un avvertimento prima che sia troppo tardi.
Marco e io abbiamo cominciato a parlare seriamente di avere un bambino. La ginecologa mi ha detto che la mia fertilità è nella norma per la mia età. Fumare avrebbe potuto compromettere tutto. Quando penso a quanto sono stata vicina a perdere questa possibilità per un pacchetto di sigarette, mi vengono i brividi.
Oggi la mia giornata è diversa. La mattina mi sveglio e il primo pensiero non è la sigaretta, ma il caffè. Un caffè che adesso ha un sapore pieno, rotondo, che per anni non avevo percepito. Le pause a scuola le passo a chiacchierare con i colleghi o a leggere qualche pagina. La sera, invece di fumare sul balcone, mi siedo con un libro o faccio una passeggiata lungo l’Adige. Il tempo che dedicavo alle sigarette, calcolato in media, era di circa un’ora al giorno. Un’ora al giorno restituita alla vita.
A chi sta valutando il Champix, dico questo: parlatene con il vostro medico. Non è un farmaco per tutti e richiede un monitoraggio medico serio. Ma per me è stato la chiave che ha aperto la porta. La volontà da sola non mi era bastata. Non perché fossi debole, ma perché la dipendenza dalla nicotina è una malattia vera, e le malattie si curano con le medicine.
Verona è la città dell’amore, si dice. Per me, smettere di fumare è stato il più grande atto d’amore che potessi fare. Verso Marco, verso la mia futura famiglia, verso i miei studenti. Ma soprattutto verso me stessa.